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Separazione (assegnazione della casa) (assegno di mantenimento per i figli) (valutazione delle prove)
Ai fini della conferma dell’assegnazione della casa familiare, in difetto di allegazione contraria, non sussiste per il giudice alcun obbligo ai sensi dell'art. 337 octies c.c. di ascolto del figlio maggiorenne non autosufficiente che ha sempre convissuto con il genitore che la richiede     Ai fini del contributo del mantenimento le dichiarazioni dei redditi dell’obbligato hanno una funzione tipicamente fiscale e non hanno valore vincolante per il giudice che può fondare il suo convincimento su altre risultanze probatorie
Cass. civ. Sez. I, 11 giugno 2019, n. 15726

Ai fini della assegnazione della casa non sussiste alcun obbligo di audizione dei figli ai sensi dell'art. 337-octies c.c., quando questi siano maggiorenni ovvero siano divenuti tali nel corso del giudizio di merito, in assenza di elementi utili offerti dal padre ricorrente tali da far ritenere che la circostanza pacifica della perdurante coabitazione dei figli maggiorenni con la madre non fosse frutto di una loro precisa volontà, ovvero di deduzioni circa una espressa volontà degli stessi di andare a vivere con il padre.


Le dichiarazioni dei redditi dell'obbligato hanno una funzione tipicamente fiscale, sicché nelle controversie relative a rapporti estranei al sistema tributario (nella specie, concernenti l'attribuzione o la quantificazione dell'assegno di mantenimento) non hanno valore vincolante per il giudice, il quale, nella sua valutazione discrezionale, può fondare il suo convincimento su altre risultanze probatorie" (in applicazione di tale principio, questa Corte ha ritenuto insindacabile la valutazione del giudice della separazione personale tra coniugi, il cui convincimento si era fondato, ai fini della quantificazione dell'assegno di mantenimento, sull'alto tenore di vita ed il rilevante potere di acquisto dimostrato dal coniuge onerato).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina - Presidente -

Dott. ACIERNO Maria - Consigliere -

Dott. IOFRIDA Giulia - rel. Consigliere -

Dott. TERRUSI Francesco - Consigliere -

Dott. PAZZI Alberto - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 947/2017 proposto da:

S.A.M., elettivamente domiciliato in Roma Piazza Della Marina 1 presso lo studio dell'avvocato Longo Lucio Filippo che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato Rossetto Sergio, giusta procura speciale in atti - ricorrente -

contro

B.S., elettivamente domiciliato in Roma Via Flaminia 318 presso lo studio dell'avvocato Cappuccilli Vittorio che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato Quattrone Mirella, giusta procura speciale in atti;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 2102/2016 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 27/05/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 16/05/2019 dal Dott. IOFRIDA GIULIA.

Svolgimento del processo


La Corte d'appello di Milano, con sentenza n. 2102/2016, depositata in data 27/05/2016, ha parzialmente riformato la decisione di primo grado, che aveva pronunciato la separazione giudiziale dei coniugi S.A.M. e B.S., respingendo le richieste reciproche di addebito, assegnando la casa coniugale alla moglie e fissando, a carico del S., in Euro 1.200 mensili (oltre il 50% delle spese extra) il contributo per il mantenimento dei figli, maggiorenni ma non autosufficienti economicamente, ed in Euro 200 mensili quello per il mantenimento della moglie.

La Corte d'appello, respinte le reiterate reciproche richieste di addebito formulate dai coniugi, la richiesta del S. di assegnazione allo stesso della casa coniugale, per viverci con i figli (considerato che gli stessi già convivevano con la madre e non vi era alcuna prova sulla loro volontà di vivere con il padre) nonché la richiesta della B. di aumento dell'assegno di mantenimento a suo favore (tenuto conto del vantaggio per essa costituito dalla casa coniugale e delle sue possibilità di incrementare l'attività lavorativa), hanno ritenuto che dovesse, dalla data di pubblicazione della decisione impugnata, essere elevato ad Euro 1.500 mensili, valutata l'incidenza, non vagliata dal Tribunale, delle bollette relative alle utenze per l'abitazione della casa coniugale (in particolare, quelle del gas) e la situazione economico-patrimoniale del S., titolare di un'attività autonoma (meccanico), con sette dipendenti, gestita in forma societaria con titolarità di quote di maggioranza.

Avverso la suddetta pronuncia, S.A.M. propone ricorso per cassazione, affidato a dieci motivi, nei confronti di B.S. (che resiste con controricorso). Entrambe le parti hanno depositato memorie.



Motivi della decisione


1. Il ricorrente lamenta: 1) con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione, exart. 360 c.p.c., n. 3,artt. 115 e/o 116 c.p.c., in relazionedell'art. 151 c.c., comma 2, vendo il giudice porre a fondamento della decisione i fatti allegati da una parte e non contestati dall'altra, ai fini dell'addebito della separazione (quali il radicale cambiamento di vita e di abitudini della B. dagli inizi del 2010 ed il suo abbandono, morale e psicologico, della vita di coppia); 2) con il secondo motivo, l'omesso esame di fatti decisivi per il giudizio exart. 360 c.p.c., n. 5, ovvero la motivazione apparente, sempre in relazione alla richiesta di addebito della separazione; 3) con il terzo motivo, la violazione e/o falsa applicazione, exart. 360 c.p.c., n. 3,art. 2697 c.c., in combinato disposto con l'art. 337 octies c.c., comma 1 e con l'art. 337 sexies c.c., in relazione all'omessa audizione dei figli ed all'erroneo onere probatorio, circa la volontà dei figli rispetto al genitore con il quale vivere nella casa coniugale, posto a carico del S.; 4) con il quarto motivo, la violazione e/o falsa applicazione, exart. 360 c.p.c., n. 3, art. 337 octies c.c., comma 1 e art. 337 sexies c.c., comma 1, sempre in relazione alla mancata audizione dei figli circa la scelta del genitore assegnatario della casa coniugale, avendo la Corte motivato il rigetto della richiesta di riforma sul punto della sentenza del Tribunale solo con il denunciato errore in tema di onere della prova; 5) con il quinto motivo, la nullità della sentenza, exart. 360 c.p.c., n. 4, per mancata audizione dei figli, ai sensi dell'art. 337 octies c.c., comma 1; 6) con il sesto motivo, la violazione e/o falsa applicazione, exart. 360 c.p.c., n. 3,art. 101 c.p.c.eart. 111 Cost., avendo la Corte d'appello posto a base del rigetto della richiesta del S. di assegnazione della casa coniugale la questione del difetto di prova circa la volontà dei figli, senza prima provocare il contraddittorio delle parti sulla stessa; 7) con il settimo motivo, la violazione e falsa applicazionedell'art. 183 c.p.c., comma 6 edell'art. 2697 c.c., in relazione alla tardiva allegazione, da parte della B., per la prima volta in appello, del mancato pagamento delle utenze da parte del marito, circostanze che ben potevano essere dedotte nel giudizio di primo grado; 8) con l'ottavo motivo, la violazione e falsa applicazione, exart. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione degliartt. 2697 e 2727 c.c., in combinato disposto con l'art. 337 ter c.c., comma 4, n. 2 e con il principio generale desumibiledall'art. 710 c.p.c., sulla necessità della pronuncia rebus sic stantibus nella valutazione della condizione reddituale e patrimoniale del ricorrente, al fine della determinazione del contributo per i figli, avendo la Corte territoriale giudicato, ritenendo inattendibile la dichiarazione dei redditi del medesimo, sulla base di presunzioni non gravi, precise e concordanti, e considerando fatti risalenti ad oltre tre anni prima; 9) con il nono motivo, l'omesso esame, exart. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo rappresentato dall'appropriazione, da parte della B., dal conto corrente bancario comune, di Euro 40.000,00, costituenti risparmi dei coniugi; 10) con decimo motivo, la violazione e falsa applicazione, exart. 360 c.p.c., n. 3,dell'art. 156 c.c., commi 1 e 2, in relazione alla conseguente non corretta ricostruzione della situazione reddituale e patrimoniale dei coniugi.

2. Le prime due censure, concernenti la pronuncia in punto di addebito della separazione, sono inammissibili.

La Corte d'appello ha confermato la valutazione del Tribunale, di rigetto delle reciproche richieste di addebito delle parti, rilevando che e prove orali articolate risultavano, in parte, generiche, in parte, valutative e/o prive di chiari riferimenti temporali e che si doveva desumere, dalle rispettive allegazioni delle parti che il matrimonio si era "dispiegato per anni nella insoddisfazione, soprattutto della B., non compresa dal coniuge S. forse perché a lungo non manifestata in modo chiaro, in un complessivo clima di evidente mancanza di dialogo e reciproca comprensione tra coniugi, che ha condotto al logoramento del rapporto, ma senza che si possa ascrivere all'uno o all'altro la responsabilità esclusiva del fallimento del matrimonio".

Ora, le due censure investono un elemento valutativo riservato al giudice del merito, atteso che - nel vigore del novellatoart. 115 c.p.c., secondo cui la mancata contestazione specifica di circostanze di fatto produce l'effetto della relevatio ab onere probandi - spetta al giudice del merito apprezzare, nell'ambito del giudizio di fatto al medesimo riservato, l'esistenza ed il valore di una condotta di non contestazione dei fatti rilevanti, allegati dalla controparte (cfr., fra le altre, Cass. 11 giugno 2014, n. 13217; Cass. 3680/2019); invero, in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degliartt. 115 e 116 c.p.c., è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cuiall'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 14627/2006; Cass. 24434/2016; Cass. 23934/2017).

Sempre questa Corte, ha poi affermato che la deduzione della violazionedell'art. 116 c.p.c.è ammissibile,ai sensidell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato - in assenza di diversa indicazione normativa - secondo il suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una, differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), nonché, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia invece dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è consentita ai sensidell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, con conseguente inammissibilità della doglianza che sia stata prospettata sotto il profilo della violazione di legge ai sensidell'art. 360 c.p.c., n. 3 (Cass. 13960/2014; cfr. Cass. 11892/2016; Cass. 27000/2016; Cass. 23940/2017).L'art. 116 c.p.c., infatti prescrive che il giudice deve valutare le prove secondo prudente apprezzamento, a meno che la legge non disponga altrimenti. La sua violazione è concepibile solo se il giudice di merito valuta una determinata prova, ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l'ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore, ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria, ovvero se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando detta norma (cfr. Cass. 8082/2017; Cass. 13960 /2014; Cass., 20119/ 2009).

Ora, il vizio motivazionale presuppone l'omesso esame di fatto decisivo, che nella specie non sussiste, avendo la Corte d'appello espressamente vagliato le rispettive allegazioni delle parti in punto di addebito della separazione.

3. Il terzo, il quarto ed il quinto motivo, tutti attinenti alla questione dell'omessa audizione dei figli, entrambi maggiorenni (una essendo divenuta tale nel corso del giudizio di primo grado), ma non autosufficienti economicamente, ai fini della assegnazione della casa coniugale al genitore con essi convivente, sono infondati.

Invero, alcun obbligo di audizione sussisteva, ai sensi dell'art. 337 octies c.c., essendo i figli comunque divenuti entrambi maggiorenni già nel corso del giudizio di primo grado. La Corte d'appello ha semplicemente rilevato che non era stato offerto alcun elemento utile per ritenere che la perdurante coabitazione dei figli maggiorenni con la madre (circostanza questa pacifica) non fosse frutto di una loro precisa volontà. Né in questa sede il ricorrente deduce che i figli maggiorenni avessero invece espresso la volontà di andare a vivere con il padre.

4. Il sesto motivo è del pari infondato, in quanto non si trattava di questione rilevata d'ufficio dalla Corte d'appello, senza la previa instaurazione del contraddittorio. La Corte territoriale, al pari del Tribunale, ha ritenuto che rispondesse all'interesse dei figli maggiorenni, da tempo coabitanti con la madre, mantenere in difetto di allegazione contraria tale situazione, così confermando l'assegnazione della casa coniugale alla madre, questione che faceva parte del thema decidendum. Questa Corte (Cass. 25604/2018) ha chiarito che "la casa familiare deve essere assegnata tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli minorenni e dei figli maggiorenni non autosufficienti a permanere nell'ambiente domestico in cui sono cresciuti, per garantire il mantenimento delle loro consuetudini di vita e delle relazioni sociali che in tale ambiente si sono radicate, sicché è estranea a tale decisione ogni valutazione relativa alla ponderazione tra interessi di natura solo economica dei coniugi o dei figli, ove in tali valutazioni non entrino in gioco le esigenze della prole di rimanere nel quotidiano ambiente domestico, e ciò sia ai sensi del previgente art. 155 quater c.c., che dell'attuale art. 337 sexies c.c.".

5. Il settimo motivo è parimenti infondato.

Il fatto che le utenze domestiche dovessero essere a carico del coniuge assegnatario della casa coniugale era stato dedotto dallo stesso S. sin dal primo grado del giudizio; la Corte d'appello ha tuttavia rilevato che il giudice di primo grado non ne aveva correttamente vagliato l'effettiva incidenza sulle spese complessive, atteso che le sole utenze relative al consumo del gas incidevano per oltre Euro 500 mensili.

6. L'ottavo motivo è inammissibile, atteso che rivolto essenzialmente a sollecitare una diversa valutazione dei fatti allegati dalle parti; la Corte d'appello, valutato tutto il materiale probatorio acquisito, ha ritenuto di dovere elevare di Euro 300 mensili il contributo al mantenimento dei due figli maggiorenni a carico del padre, prevalentemente in ragione dell'onere delle utenze domestiche della casa coniugale, ricadente non sul S. ma sulla B., divenuta assegnataria.

7. Il nono ed il decimo motivo sono inammissibili.

La doglianza tende solo a sollecitare una rivalutazione dei documenti prodotti, esaminati dal giudice di merito.

Questa Corte ha poi osservato (Cass. 13592/2006; Cass. 18196/2015) che "le dichiarazioni dei redditi dell'obbligato hanno una funzione tipicamente fiscale, sicché nelle controversie relative a rapporti estranei al sistema tributario (nella specie, concernenti l'attribuzione o la quantificazione dell'assegno di mantenimento) non hanno valore vincolante per il giudice, il quale, nella sua valutazione discrezionale, può fondare il suo convincimento su altre risultanze probatorie" (in applicazione di tale principio, questa Corte ha ritenuto insindacabile la valutazione del giudice della separazione personale tra coniugi, il cui convincimento si era fondato, ai fini della quantificazione dell'assegno di mantenimento, sull'alto tenore di vita ed il rilevante potere di acquisto dimostrato dal coniuge onerato).

Neppure ricorre il vizio motivazionale, nei limiti dell'attuale formulazionedell'art. 360 c.p.c., n. 5.

8. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Non si applica l'D.P.R. n. 115 del 2002,art.13, comma 1quater, risultando dagli atti il processo esente.



P.Q.M.


La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, al pagamento delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 6.000,00, a titolo di compensi, oltre 200,00 per esborsi, nonchè al rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15% ed agli accessori di legge.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 16 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 giugno 2019